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Curdi carne da macello (omicidio a Parigi)

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Tre compagne del PKK, il Partito dei lavoratori curdi della Turchia, sono state brutalmente assassinate a Parigi nella sede di un’associazione degli immigrati curdi. Provo molto dolore: conoscevo una di queste donne, Fidan Doğan, l’avevo incontrata un’infinità di volte a Bruxelles e a Strasburgo nel corso dei dieci anni che sono stato parlamentare europeo. I governi della Turchia, come quelli di Israele, fanno da sempre un gigantesco lavoro di lobby presso i giornali e le istituzioni parlamentari di tutta Europa, qualcosa la comprano, potrei fare un paio di nomi: ed è subito scattata la velina del regolamento dei conti tra curdi, precisamente tra l’ala “militarista” del PKK e quella favorevole a trattative con il governo turco.

Il PKK ha da sempre una propria discussione interna sulle proprie opzioni, ma essa non si è mai risolta assassinando qualcuno, invece si è risolta discutendo, magari molto a lungo, come è accaduto dopo la cattura in Kenya nel 1999 del loro leader indiscusso, Abdullah Öcalan. Inoltre la discussione non è mai stata così divaricata, è sempre stata sul modo di combinare lotta armata, mobilitazione di popolo, lavoro legale, usando i varchi della ridottissima democrazia turca e la costituzione di un partito curdo legale, attualmente il DTP (il nome di questo partito cambia continuamente, a seguito del suo periodico scioglimento a opera della Corte Costituzionale per “separatismo”, “terrorismo”, “offesa all’identità turca”: ma i suoi dirigenti nel frattempo ne hanno già predisposto un altro).

Parimenti la velina è scattata nuovamente sul “separatismo” del PKK: in realtà questa fu l’opzione iniziale, nel quadro della feroce repressione anticurda scatenata a seguito del colpo di stato militare di estrema destra del 1980: successivamente, aprendosi alcuni spazi legali, l’intero movimento curdo si limiterà a rivendicare il riconoscimento alla popolazione curda di Turchia dei diritti linguistici e l’autonomia dei territori dove essa è maggioranza, cioè nel sud-est della Turchia. Quindi gli assassini sono turchi.

Ma chi, e perché? Questo è più difficile da capire. Si può però, ragionando su una storia costituita da alcuni fatti importanti, constatare che con larghissima probabilità l’assassinio delle tre compagne di questa storia fa parte. Di essa, inoltre, l’assassinio è ben la terza puntata.

La prima puntata è aperta dall’intenzione del governo del partito islamista AKP di riaprire le trattative con il PKK, con l’obiettivo della chiusura di una guerra terribile che ha fatto 40 mila morti, ha obbligato milioni di persone alla fuga dai loro villaggi, ne ha distrutti 4 mila, ha visto le atrocità più abiette (torture, stupri, incarcerazioni di massa di minori, migliaia di omicidi extragiudiziari e di desaparecidos) da parte della polizia, dei servizi di sicurezza delle forze armate e di milizie curde traditrici (i Guardiani del villaggio), e che rende incredibili nel mondo le pretese della Turchia di essere un paese civile e democratico. Come osservano molti media, il governo turco è preoccupato che nel nord-est della Siria, curdo, possa costituirsi un’entità indipendente, quanto meno di fatto, in analogia a quanto accaduto a suo tempo nel nord dell’Iraq. La guerra civile in Siria è destinata a durare a lungo, la capacità militare del suo regime è quasi intatta, la parte non sunnita (alauita, cristiana, drusa, ecc.) della popolazione, maggioritaria nella parte occidentale del paese, lo appoggia, la guerra civile può risolversi in una scomposizione della Siria su linee religiose ed etniche. A questo punto al nord dell’Iraq si aggiungerebbe un’altra entità curda, anch’essa a ridosso della Turchia, con l’aggravante, secondo il governo dell’AKP, di essere un’entità guidata dal PKK anziché da formazioni che si fanno i fatti loro e sono legate agli Stati Uniti, com’è nel nord dell’Iraq, e dove il PKK dispone solamente delle simpatie della popolazione, oltre che del grosso della propria forza armata. Occorre prevenire, perciò, sempre secondo il governo dell’AKP, che tutto il fianco sud-est ed est della Turchia si trovi a un certo momento investito da una guerriglia curda delle più ampie proporzioni. L’AKP non è un partito nazionalista-fascista-razzista come le formazioni “laiche”, con scarsissime eccezioni, della Turchia: la sua comunità di riferimento è l’Islam, non le etnie turcofone. Il suo limite di operatività sulla questione curda gli è quindi venuto, da quando governa, non dalla sua cultura ma dallo strapotere militare, fascista-razzista, e dai suoi alleati nel corpo dello stato, a partire dal grosso della magistratura. Essendo riuscito a ridurre il potere militare ed essendo forte di un prestigio popolare che la politica in Turchia, salvo che ai tempi di Atatürk, non aveva mai avuto, il governo dell’AKP tenta dunque (per la seconda volta, la prima aveva dovuto rinculare, poi vedremo) la carta della trattativa con il PKK. Avvia le cose in modo molto cauto, poi a un certo momento (nel dicembre scorso) dichiara ufficialmente che funzionari del MTI (i servizi di sicurezza) stanno trattando sull’isola-carcere-fortezza di İmralı con il suo unico detenuto e cioè con Öcalan, inoltre dichiara che esso, il governo, “guarda con simpatia a questo tentativo dei servizi, e ne auspica il successo”. Detto così fa ridere, ma la Turchia è l’erede diretta dell’Impero di Bisanzio; e comunque è una cosa seria. La discussione sta andando avanti, i risultati non si sanno. Ma lungo tutto quest’itinerario succedono due grossi fatti.

Siamo così alla seconda puntata. Essa riguarda il periodo in cui il governo dell’AKP sta preparando in modo riservato la discussione con Öcalan. Naturalmente negli apparati dello stato turco è il segreto di Pulcinella. A Parigi (sempre a Parigi!) viene arrestato, due mesi fa, il compagno (e mio caro amico) Adem Uzun, figura di primissimo piano della dirigenza del PKK, capo negoziatore a Oslo, già allora con l’MTI, nel 2009-11, su come porre termine al conflitto tra Turchia e sua popolazione curda (si tratta del primo tentativo operato dall’AKP, fallito). A Uzun è stata costruita una trappola: viene avvicinato da alcuni curdi, che gli offrono armi per il PKK. Il colloquio è registrato. Uzun viene arrestato dalla polizia francese. La registrazione del colloquio, dicono gli avvocati di Uzun, mostra che si è trattato di un soliloquio da parte dei curdi offerenti armi: Uzun infatti ha avvertito subito che si tratta di provocatori. Ma ciò che è particolarmente importante sapere è che la trappola è stata costruita da funzionari dei servizi segreti francesi. Ora Uzun è in carcere, e aspetta le conclusioni delle indagini della magistratura: che appare divisa tra chi constata che non c’è niente a carico di Uzun e chi, ciò nonostante, non vuole sconfessare l’operato dei servizi, quindi vuole rinviare Uzun a giudizio, dove rischia di essere estradato in Turchia ed esservi condannato a un’infinità di anni di reclusione. Il governo francese e la presidenza della repubblica cadono dalle nuvole: nessuno ne sapeva niente. Credo sia assolutamente vero. Di che si tratta, allora. I servizi francesi sono abbastanza come quelli italiani: ci sono funzionari al servizio dello stato e ci sono rami deviati di estrema destra, collegati direttamente, anche in quanto comperati, ai servizi o a pezzi deviati dei servizi di altri paesi. Tra gli altri servizi campeggiano quelli di Stati Uniti, Israele e naturalmente Turchia. Insomma, concludendo, questa seconda puntata è la prima avvisaglia della guerra della destra militare fascista-razzista turca e forse dei suoi parenti politici più prossimi, il partito cosiddetto dei Lupi grigi, che hanno anche adepti curdi, quindi forniscono spie e provocatori alla polizia e ai servizi turchi. La prima avvisaglia: con complicità francese.

La terza puntata è l’assassinio (a Parigi, poche settimane dopo!) delle tre compagne. Con l’intendimento di bloccare la discussione tra governo turco e Öcalan, “dicendo” al governo che al prosieguo e a eventuali esiti positivi della discussione potranno seguire, o l’inferno di una riacutizzazione del conflitto armato nel sud-est, a seguito di una possibile reazione esasperata della parte giovane della sua popolazione (come già accaduto dopo l’arresto di Öcalan), che il PKK sarebbe obbligato a gestire, o il colpo di stato militare. È eccessivo opinare che in qualche modo c’entri con quest’assassinio qualcosa che riguarda i servizi francesi? Terrà la botta il governo dell’AKP, accetterà la sfida, che chiaramente gli viene dal potere militare, o da una sua parte? Non è per niente detto. La trattativa di Oslo venne bruscamente interrotta proprio mentre aveva cominciato a produrre risultati, e per di più subito dopo il governo si sentì in obbligo di procedere, sotto la sferza delle forze armate, a una massiccia repressione nel sud-est, sciogliendo consigli comunali e arrestando qualcosa come 6 mila figure del partito curdo legale o indipendenti: amministratori, sindaci, quadri di partito, quadri delle associazioni per i diritti umani (una potenza politica, in Turchia), persino alcuni deputati del partito curdo legale, tuttora in carcere senza che ci sia stata l’autorizzazione parlamentare a procedere. Conosco anche parecchi tra questi compagni: figure straordinarie di combattenti, che tantissimo hanno rischiato e pagato e continuano a rischiare e a pagare, per i diritti del proprio popolo e per una prospettiva democratica e socialista non solo per i curdi ma per tutta l’area medio-orientale. Vedremo, in ogni caso un qualche tipo di drammatizzazione della situazione interna turca appare in questo momento una prospettiva probabile.

Immagine sopra da www.guardian.uk

Immagine sotto ripresa da politicaesocieta.it

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Luigi Vinci

Protagonista della sinistra italiana, vivendo attivamente le esperienze della Federazione Giovanile Comunista, del PCI e poi di Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria, Rifondazione Comunista. Eletto deputato in parlamento e nel parlamento europeo, in passato presidente e membro di varie commissioni legate a questioni economiche e di politica internazionale.

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