Jacopo Vannucchi

Jacopo Vannucchi

Nato a Firenze nel 1989. Ho conseguito la laurea triennale in Storia con una tesi sul thatcherismo e la magistrale in Scienze storiche con una ricerca su Palazzuolo di Romagna in età risorgimentale. Di formazione marxista, mi sono iscritto ai Democratici di Sinistra nel 2006 e al Partito Democratico nel 2007.

Il risultato delle recenti elezioni regionali in Andalusia ha destato scalpore per due preoccupanti novità manifestatesi per la prima volta dai tempi del franchismo: l’interruzione del dominio politico delle sinistre nella regione, l’ingresso dell’estrema destra in un Consiglio regionale spagnolo.

Il partito fascista Vox, che starebbe per “vox populi” (giusto per chiarire ancora una volta la reale natura nero-bruna dei “populisti”), ottiene l’11% a scapito dei principali partiti e della lista a trazione podemista, mentre anche Ciudadanos raddoppia i propri consensi.

Sabato, 10 Novembre 2018 00:00

Elezioni di Midterm: una prima analisi

I risultati delle elezioni di mid-term consegnano una maggioranza divisa: la Camera ai democratici, il Senato ai repubblicani.

«Ogni Stato è una dittatura, e ogni dittatura presuppone non solo il potere di una classe, ma un sistema di alleanze e di mediazioni, attraverso le quali si giunge al dominio di tutto il corpo sociale e del mondo stesso della cultura, così come ogni Stato è anche un organismo educativo della società, negli obiettivi delle classi che dominano»
Palmiro Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci, Convegno di studi gramsciani a Roma, 11-13 gennaio 1958

Il Partito Democratico e la sinistra italiana: una lettura di fase

Corbyn: la rivoluzione dei privilegiati 

Dopo l’inattesa sconfitta elettorale laburista del 2015 Pat McFadden, allora responsabile degli affari europei nel governo ombra di Ed Miliband, disse: «Saremo sempre il popolo dei meno abbienti, ma dobbiamo essere più di questo ed essere il partito della famiglia che aspira al benessere [the aspirational family that wants to do well]. Dobbiamo parlare di creazione di ricchezza e non solo di distribuzione della ricchezza».[1]

Questa ricetta sembrerebbe essere stata contraddetta dal recupero del partito di Corbyn, passato dal 30% della precedente tornata al 40% del 2017, con un programma decisamente schierato per la distribuzione.

Sabato, 23 Giugno 2018 00:00

Anticomunismo in Europa, il caso polacco

Anticomunismo in Europa, il caso polacco

Vi proponiamo un articolo uscito sul supplemento cartaceo di maggio

All’inizio di marzo è stata completata a Bieszczady, nelle foreste della Polonia sud-orientale, la rimozione del monumento al generale Świerczewski, che in quel luogo cadde vittima dei terroristi ucraini dell’UPA (nazionalisti) il 28 marzo 1947. Nato a Varsavia nel 1897 da famiglia operaia, Świerczewski era stato evacuato a Mosca durante la Grande guerra e lì si era iscritto al Partito bolscevico scalando successivamente i ranghi dell’Armata rossa. Dopo aver combattuto in Spagna con il nome di battaglia di Walter, nel 1943-44 fu tra i ricostruttori dell’esercito popolare polacco.

La distruzione del monumento è solo l’ultimo di una serie di vili atti di rimozione in Polonia della memoria storica comunista e sovietica, rimozione alla quale il governo di PiS ha assegnato un’importanza non minore che alle deliranti crociate contro l’aborto (peraltro già largamente illegale). A settembre 2017, ad esempio, è stato demolito il mausoleo di Trzcianka, in Polonia occidentale, il primo edificato dall’Armata rossa sul suolo polacco. L’odio anticomunista prospera anche nelle città, con i consiglieri comunali di destra che si affannano a chiedere la “decomunistizzazione” di vie, ponti, scuole, strade, edifici pubblici; cancellando senza pudore i nomi di vittime dei Lager e di combattenti per la libertà, non soltanto polacca – l’esempio più noto è infatti quello di ulica Dąbrowszczaków a Varsavia, intitolata ai combattenti di Spagna del battaglione Dąbrowski, per impedire la cui cancellazione si è formato un ramificato movimento sociale con contatti anche in Spagna.

Giovedì, 21 Giugno 2018 00:00

Radici del Movimento 5 Stelle

Radici del Movimento 5 Stelle

Nei primi mesi del 2014 incontrai in treno un fu compagno dei Democratici di Sinistra, poi gravitante nell’area della sinistra radicale, che mi spiegò il 25% del M5S alle elezioni dell’anno precedente con la motivazione «è mancata Rifondazione Comunista». Sul M5S, cioè, si sarebbe riversato quel voto antisistema che Rifondazione nel ventennio precedente era riuscita a mantenere nell’alveo istituzionale.

Quell’analisi non mi convinse del tutto. La convergenza del PD e del PdL nel sostegno al Governo Monti aveva prodotto un’otturazione della valvola di sfogo comunemente costituita dall’alternanza dei consensi fra una maggioranza e un’opposizione; questo sfogo non poteva neppure più passare, come alle europee del 2009, dai partiti “populisti” di Lega e Italia dei Valori perché anch’essi erano screditati da alcune inchieste. Tali condizioni di partenza, che favorivano certamente un afflusso di voti al M5S, lo avrebbero però favorito parimenti a Rifondazione, che come i grillini era extraparlamentare e si collocava in radicale opposizione all’esecutivo Monti.

Sull'attuale travaglio del Partito Democratico

L’attuale travaglio del Partito Democratico riguardo alla formazione del prossimo esecutivo coinvolge in realtà la questione del governo solo come epifenomeno. Alle diverse prospettive politiche, infatti, sono evidentemente sottese divergenze più generali di lettura politica. Ad esempio, a Fassino che ha proposto un polo di centrosinistra M5S-PD da contrapporre a quello di centrodestra, Renzi ha risposto etichettando il M5S come azienda-partito e Forza Italia come partito-azienda (la prima sarebbe quindi degenerazione del secondo).

Questa incertezza è frutto di alcuni nodi irrisolti ereditati dalla sconfitta elettorale, e in parte concause della stessa, che tuttavia soltanto il supremo organo sovrano – il Congresso – potrà tentare di sciogliere.

Il risultato elettorale: ha vinto l'altra nazione?

«Ha vinto il partito dell’altra nazione»

 - Claudio Cerasa, 5 marzo, 00:29 

Il risultato elettorale del 4 marzo è non soltanto tellurico ma, ancor di più, incomprensibile a prima vista.

Viene duramente punita la coalizione di governo, che si attesta al 23%, mentre sono premiate le forze di opposizione e, tra queste, quelle più antisistema (M5S 33%, Lega 17%).

L'inedito moderatismo del M5S: una storia che si ripete

Al di là della vicenda rimborsi, il dato fondamentale della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è l’impressionante differenza tra i mezzi sguaiati, beceri ed eversivi del 2013 e l’attuale atteggiamento dimesso.

Venerdì, 26 Gennaio 2018 00:00

Podemismo come quarta rivoluzione?

Podemismo come quarta rivoluzione?

Negli ultimi anni si sono avute, potremmo dire con un certo understatement, varie novità nei movimenti che concorrono a definire il quadro politico del mondo occidentale. Virtualmente chiunque avrà sentito parlare di ondata populista, pericolo populista, populismo, eccetera. Molti, probabilmente, si saranno sentiti un po’ male in arnese nel decodificare correttamente un termine talmente ambiguo – alcuni si saranno anche posti la legittima domanda se sia così terribile essere populisti ovverosia richiamarsi al popolo. La confusione sorge non soltanto da tale domanda, ma anche dal fatto che nel discorso dominante il termine populismo sembra riferirsi in aggregato a formazioni diverse, appartenenti ai due capi opposti dello spettro politico (destra/sinistra) o che addirittura da esso si autoescludono e se ne proclamano estranee.

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