Mercoledì, 05 Dicembre 2018 00:00

Legislazione in materia di immigrazione in Italia: un breve excursus storico – II

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Con i decreti legge Minniti-Orlando del 2017 tutto questo trova piena realizzazione: “Daspo urbano” e militarizzazione delle città, “grazie” agli accordi con la Libia (e qui non stiamo a sottolineare la situazione di caos presente in questo paese, in cui intere zone sono sotto il controllo di milizie armate), “i respingimenti in mare diretti e «per procura» alle autorità libiche diventano uno strumento ordinario di controllo degli ingressi”1, così come i trattenimenti nelle carceri libiche (in cui i diritti umani non vengono minimamente rispettati).

Sono potenziati i poteri conferiti alle amministrazioni locali e pericolosamente contratti i diritti dei richiedenti asilo, soprattutto per quanto riguarda le procedure e le tempistiche delle fasi del processo civile in caso di ricorso in seguito al diniego della richiesta di protezione da parte dell’apposita commissione territoriale (le fasi del rito civile sono rese ancora più brevi e la richiesta da parte del giudice di comparizione del ricorrente per l’udienza in tribunale non è più obbligatoria ma è lasciata alla sua arbitrarietà di giudizio); viene inoltre abolito il doppio grado di giudizio dopo il diniego dell’apposita commissione territoriale.

Arriviamo infine al decreto Salvini su cui non ci soffermeremo molto dato che su questa testata si possono leggere ottimi articoli di accurata analisi e dettagliato approfondimento delle novità previste dalla normativa emessa dal Ministero degli Interni2. Basti dire che il decreto Salvini assume le sembianze di un vero attacco ingiustificato ai diritti delle persone straniere (in particolare dei richiedenti asilo), lesivo della loro dignità di esseri umani e delle loro possibilità di trovare protezione in un paese diverso da quello da cui fuggono.

In particolare, abolendo la “atipicità” della protezione umanitaria (prima concessa appunto in modo discrezionale in quei casi “atipici” che, come abbiamo visto precedentemente, seppur non inquadrabili nelle tipologie e nei motivi che portano all’ottenimento di una protezione internazionale o sussidiaria, lasciano evincere un pericolo all’incolumità dello straniero nell’eventualità di rientro nel proprio paese di origine) complica la possibilità di ottenere una simile protezione, dato che verrebbe concessa solo per pochi “speciali motivi”, tra l’altro strettamente contingenti alla situazione presente (si parla ad esempio di catastrofe naturale ma essa deve essere avvenuta nella più stretta attualità).

Congiuntamente al ridimensionamento di tale protezione a cui potevano ricorrere molti richiedenti, il decreto Salvini modificando l’accesso al programma SPRAR di cui potranno usufruire soltanto coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato e dunque una protezione internazionale, crea una massa di invisibili irregolari che non possono accedere né a una residenza, né all’anagrafe, né alle liste di collocamento né al servizio sanitario nazionale.

Una massa di invisibili che dunque non avrà altra possibilità che vivere clandestinamente, lavorando al nero nella “meno peggiore” delle ipotesi o finendo nei giri della criminalità nell’ipotesi peggiore: “l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e la revoca del diritto all’iscrizione anagrafica e all’inclusione nei programmi Sprar nei confronti dei richiedenti asilo non facciano che produrre nuova «irregolarità» all’interno della popolazione immigrata, rendendo invisibili persone di fatto presenti sul territorio, ostacolando il loro accesso ai servizi sociali e sanitari, mettendole in una condizione di vulnerabilità rispetto allo sfruttamento da parte di datori di lavoro senza scrupoli e reti criminali, fomentando paure e razzismi e minando percorsi positivi attivati negli anni da molti comuni italiani. Gli interventi restrittivi rispetto all’acquisizione – e alla revoca – della cittadinanza vanno nella stessa direzione, esasperandola: anche chi, dopo anni di soggiorno “regolare”, e magari in seguito ad un ricongiungimento familiare, sembra prossimo al riconoscimento della piena appartenenza allo stato italiano vede la sua condizione precarizzarsi e farsi meno solida; allo stesso tempo, chi ha faticosamente ottenuto lo status di cittadina/o rischia, per effetto del decreto, che prevede la revocabilità di questa posizione giuridica, di esserne privato”3.

Altri punti deboli presenti nelle legislazioni che si sono susseguite sono i riferimenti all’accoglienza e all’integrazione. Il più delle volte queste sono interpretate o in maniera paternalistica e caritatevole, o come vaghe idee di assimilazione dello straniero negli usi e costumi della nostra società, nelle nostre abitudini e nei nostri sistemi di valori e di pensiero, senza ricercare un vero scambio o un arricchimento reciproco e realmente interrelazionale con le persone immigrate; e soprattutto senza la creazione di possibilità concrete e reali affinché lo straniero possa sentirsi radicato in un paese che non è, almeno nella percezione iniziale, il proprio, affinché possa muoversi in maniera più autonoma e sentendosi maggiormente a proprio agio, non solo nelle relazioni umane, ma anche nel difficile groviglio burocratico per l’accesso a determinati servizi, e affinché possa arrivare a una maggior comprensione di una lingua e una cultura così differenti da quelle di partenza – e il termine comprensione non significa, né tantomeno implica, il dovere di conformarsi alla nuova cultura né di assimilarsi passivamente ad essa, almeno a livello di forma, laddove a livello di sostanza risulta difficile, se il conformarsi a una determinata cultura non è accompagnato da una sua reale interiorizzazione.

Solo sentendo come propria, come affine al proprio sistema di valori e di pensiero, come rispecchiante una certa visione del mondo, una cultura la si può davvero interiorizzare e parteciparvi intimamente, altrimenti ogni tentativo di “assimilazione”, oltre ad essere profondamente sbagliato, potrebbe portare anche a effetti totalmente opposti rispetto a quelli attesi. Lo sforzo di comprendere invece i reciproci mondi, anche laddove può non esserci condivisione dei diversi orizzonti culturali e “ideologici”, è il primo passo verso un dialogo e uno scambio fondati sul rispetto reciproco.

L’integrazione intesa ambiguamente come forzato e più o meno direttamente imposto adeguamento alla cultura di arrivo e al suo modus vivendi rischia di creare ancor più isolamento e reciproca diffidenza. Nel peggiore dei casi integrazione ha significato – e ancor di più significherà – reclusione e contingentamento in uno spazio posto sotto precisi controlli e facilmente manipolato e gestito da chi tiene i fili della fantomatica integrazione.

Le politiche di accoglienza e integrazione si traducono perciò e molto spesso in politiche di contenimento e di controllo, di “confinamento e segregazione spaziale” congiunte alla scarsità dei finanziamenti previsti al riguardo – erogati in prevalenza, peraltro, attraverso il meccanismo paradossale dei bandi a progetto4 – che rivelano il alto oscuro e ambiguo di queste due categorie lessicali più che ontologiche, retoriche più che reali in senso forte:

“Le varie forme di “campo” che costellano ormai il territorio italiano, a questo proposito, stanno lì a ricordare, con la loro presenza volutamente sottratta allo sguardo della maggioranza della popolazione, cosa si nasconde dietro parole in apparenza neutrali e «tecniche»: disciplinamento e infantilizzazione più che risposta a bisogni materiali e costruzione di percorsi di emancipazione. Da una prospettiva simile, anche l’allungamento dei tempi di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio, negli Hotspots e negli uffici di frontiera non fa che confermare la tendenza all’uso della detenzione in luoghi chiusi e isolati quale strumento di repressione dell’atto in sé di migrare”5.

La detenzione degli individui in determinati spazi e la sottomissione a un vigile controllo periodico da parte degli organi competenti evidenziano il modo di concepire la sicurezza da parte dei governi e l’accanimento nei confronti degli individui stranieri tenuti a dover rendere conto della propria identità potenzialmente in ogni momento (e non solo all’arrivo sul nostro territorio, negli Hotspots (i centri per l’identificazione e lo smistamento situati in tutti i luoghi sensibili per lo sbarco di migranti), nei CIE, nelle commissioni territoriali, o al momento del rilascio e del rinnovo di un soggiorno, eccetera…). Gran parte dei governi europei mette in atto politiche poliziesche, securitarie e di controllo, che non esiterei a definire biopolitico, sempre più invasivo nei confronti dei migranti.

Inoltre l’approccio emergenziale con cui i diversi governi hanno cercato di far fronte a un fenomeno che invece si configura come strutturale, ha mostrato una evidente inefficacia politica “attestando l’esplicita volontà di non riconoscere, nel rispetto delle norme internazionali, gli status e i diritti delle persone che esercitano la propria libertà di movimento”6. L’emergenza ha inoltre giustificato la messa in atto di misure poliziesche e amministrative che non si preoccupano minimamente di tutelare i diritti dei migranti, delle condizioni dei paesi di origine, né delle condizioni nel paese di approdo.

Quell’antico e mitico dovere di ospitalità (la cui insolvenza costituiva nell’antica Grecia un reato punibile con la morte) implica il riconoscimento dell’altro nella sua estraneità non come colui che deve essere integrato nel senso ambiguo previsto dalle varie normative, ma che deve essere ricevuto nella sua estraneità, con cui la comunità può intrattenere un legame pacifico e costruttivo. L’ospitalità non è naturale né morale, “essa è pura intelligenza e sana politica. […]. È la condizione e il fine di ogni politica. È la condizione poiché è attraverso di essa che si inaugura l’istituzione di un legame con lo straniero, dato che ogni politica è rapporto con lo straniero, costruzione di un mondo comune con lui […] La politica è prima di tutto una composizione di mondi stranieri.”7

Come propone il filosofo francese Paul Ricoeur occorre “pensare di più, pensare altrimenti la condizione dello straniero in tutta la sua estraneità, alterità e fragilità”8 e costruire un’“ermeneutica del legame interumano”9 consapevoli che anche la nostra stessa identità è priva di fondamento ultimo e dunque contiene entro di sé “un’inquietante estraneità”. È semmai proprio riattivando la memoria simbolica “dell’assenza di radici ultime, dell’incertezza alla base del nostro esistere e della dissimmetria originaria che può condurre a percorsi di mutuo riconoscimento”10.

Il modello di “questo miracolo dell’ospitalità” che Ricoeur propone come il più adeguato ad esprimere questo mutuo riconoscimento è bellissimo. Si tratta della traduzione linguistica che fornisce concretamente “la traccia di un’equivalenza senza identità e di una comparabilità tra ciò che apparentemente sembra incomparabile. Abitare un’altra lingua e accoglierla presso di sé richiedono sforzo e pazienza, l’inevitabile lutto per una totalizzazione impossibile che però apre la strada al rispetto dell’altro sotto l’egida di una fragile identità. La traduzione linguistica rispettosa degli idiomi permette dunque il mutuo riconoscimento […] Accogliendo l’Altro senza ridurlo a possesso personale e senza farsi annullare dalla sua totale trascendenza”11.

Nessuna lingua è mai radicalmente intraducibile, la traduzione crea equivalenze senza creare identità e rimanendo al servizio della pluralità, delle lingue e delle culture. È il presupposto fondamentale dello scambio tra culture e crea somiglianza laddove sembrava esserci soltanto incomparabilità, incomunicabilità, distanza assoluta e abissale, creando “Un’accoglienza che è, dunque, vera ospitalità sul modello dell’ospitalità linguistica dove il mutuo riconoscimento delle lingue non annulla le differenze ma trova, grazie alla traduzione, uno spazio di negoziazione in grado da fungere da modello per la fondazione di un ethos collettivo e quindi un’ermeneutica del legame interumano su base dialogica”12.

 


1 Ibidem.
2 vedi qui: https://www.ilbecco.it/politica/societ%C3%A0/diritti/item/4637-il-decreto-sicurezza-spiegato-in-3-passi-1-come-aumentare-gli-irregolari-per-favorire-mafie-e-padroni.html e qui: https://www.ilbecco.it/politica/societ%C3%A0/diritti/item/4645-il-decreto-sicurezza-spiegato-in-3-passi-2-come-trasformare-l%E2%80%99accoglienza-in-detenzione.html)
3 https://www.meltingpot.org/Per-noi-il-DdL-Salvini-e-inaccettabile.html?fbclid=IwAR0jNoPqSsvx1U8jCP4x1UJErXEHXXMYb1NNWBFnmkJDVVcin3Ym4JJHhXQ#.W_uzLehKhPY
4 Ibidem.

5 Ibidem.
6 Ibidem.
7 E. Tassin, op. cit.
8 R. Boccali, Ermeneutica del legame interumano. Estraneità, ospitalità, dialogo, in P. Ricoeur, Ermeneutica delle migrazioni. Saggi, discorsi, contributi, Mimesis, Milano-Udine 2013, p. 8
9 Ivi, p. 10.
10 Ivi, pp. 19-20.
11 Ivi, p.20.
12 Ibidem.

Immagine di Dennis Skley, liberamente ripresa da flickr.com

Ultima modifica il Martedì, 04 Dicembre 2018 22:08
Chiara Del Corona

Nata a Firenze nel 1988, sono una studentessa iscritta alla magistrale del corso di studi in scienze filosofiche. Mi sono sempre interessata ai temi della politica, ma inizialmente da semplice “spettatrice” (se escludiamo manifestazioni o partecipazioni a social forum), ma da quest’anno ho deciso, entrando a far parte dei GC, di dare un apporto più concreto a idee e battaglie che ritengo urgenti e importanti.

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